IL LINGUAGGIO PRECISO e la sua CORRUZIONE

IL LINGUAGGIO PRECISO e la sua CORRUZIONE

  1. Introduzione

    La Scuola di Atene – Raffaello Sanzio – Stanze di Raffaello (Musei Vaticani)

            Il linguaggio è sempre stato la rappresentazione fedele del pensiero e della realtà. Aristotele diceva all’inizio della sua opera Peri Hermeneias (Sull’interpretazione): “I suoni della voce sono dei simboli delle affezioni che hanno luogo nell’anima”.[1] Per “i suoni della voce” intendeva i sostantivi, i verbi, le affermazioni e i discorsi, tutte cose che devono potersi distinguere l’una dall’altra, perché sono state nate e in qualche modo pensate a tale scopo. San Tommaso d’Aquino afferma, nel commento a questo testo, che si parla di “suoni nella voce” poiché non tutti i suoni esistenti sono dotate di significato (come i suoni degli animali, per esempio). Dice: “La voce è qualcosa di naturale, mentre il sostantivo e il verbo hanno un significato dato da un’istituzione umana che si aggiunge all’oggetto naturale come forma alla materia, così come una certa forma viene aggiunta o aggiunta al legno per formare un letto”.[2]

            Per Aristotele e San Tommaso, così come quasi all’unanimità per tutto il pensiero umano fino il Rinascimento almeno, il linguaggio umano è stato un fedele riflesso della realtà, perché pur provenendo dall’interno dell’anima (“passioni”, “pensieri” o “concetti”) esprimeva la realtà stessa (“le cose”), e queste sono le stesse per tutti gli uomini. È innegabile che la lingua ha anche un carattere convenzionale, proprio perché le “voci” sono diverse, a seconda della cultura, del tempo, del luogo di origine, di ciò che comunemente chiamiamo “lingue o linguaggi diversi”. Questo non è affatto un ostacolo affinché le cose e la realtà che essi esprimono siano le stesse.

            È per questo motivo che i termini utilizzati (in ogni linguaggio) non sono casuali né equivoci (che significano cose diverse, senza alcuna connessione tra loro), né privi di un vero significato. È vero che il linguaggio è convenzionale, ma una volta stabilita la convenzione questa viene rispettata. Non può essere modificata in modo arbitrario, e ancor meno imposta da alcuni soggetti o da una corrente di moda. Esiste naturalmente, in tutte le lingue, un numero relativo di termini equivoci o ambigui (quest’ultimo dovuto all’uso corrente, che altera a volte leggermente il significato originale), ma si tratta sempre di un numero esiguo e, in ultimo caso, è il contesto che permette di discernere il loro vero e preciso significato. Pertanto, l’esistenza di tali termini non sminuisce la precisione del linguaggio, né impedisce che esso sia un fedele riflesso della realtà.

  1. La precisione del linguaggio nel sacro

            Abbiamo fatto allusione alla precisione, un argomento che diventa centrale nel linguaggio. Nella misura che sono precisi, i termini riflettono il contenuto nel miglior modo possibile e trasmettono integralmente anche la bellezza interiore della realtà che riflettono. Se perdono precisione, i termini si svuotano di contenuto, e diventano meno fedeli alla realtà. Questo si fa più palpabile man mano che il contenuto che viene trasmesso aumenta in importanza e dignità. A maggiore profondità di contenuto maggiore sarà la necessità di chiarezza espressiva: è più necessario essere chiari e precisi quando si spiegano regole matematiche che quando si fanno semplici riferimenti storici o culturali – tranne che non diventi strettamente necessario lo specificarli cronologicamente, come accade in una lezione di storia -. Sarà ancora più necessario essere precisi in materia filosofica perché il contenuto che viene trasmesso, fondato sul ragionamento umano, è più astratto e difficile da rappresentare con l’immaginazione. Lo stesso vale per la teologia, che si basa necessariamente sul ragionamento umano, e sulla filosofia. Per questo motivo, la teologia tende naturalmente, quando è sana, a possedere un linguaggio preciso in sé e perfino nelle sue fonti, soprattutto la Sacra Scrittura.

           

San Tommaso di Aquino

San Tommaso ci metteva già in guardia riguardo l’espressione del linguaggio nella Scrittura e nella teologia: “Si dice che uno espone la Scrittura diversamente da quanto intendeva lo Spirito Santo, quando le fa dire con la sua interpretazione cose contrarie a quanto lo Spirito Santo ha rivelato. Perciò sta scritto dei falsi profeti, che “persistevano a confermare il discorso” (Ez 13,6), usando cioè false interpretazioni della Scrittura. – Parimente, uno professa la sua fede con le parole che proferisce: infatti la confessione è, come abbiamo detto, un atto di Fede. Perciò un parlare inconsiderato (inordinata locutio) sulle cose di Fede può dar luogo a una sua corruzione. Ecco perché S. Leone Papa scriveva: “Poiché i nemici della croce di Cristo spiano tutte le nostre parole e tutte le nostre sillabe, non dobbiamo dare neppure la più piccola occasione di supporre che noi ci esprimiamo nel senso di Nestorio””.[3] Si vede chiaramente che si ritiene necessario non solo esporre la Fede ma anche farlo in modo ordinato, secondo un linguaggio chiaro e preciso, proprio per evitare la sua corruzione.[4] 

  1. La moderna crisi nella cultura e nella teologia

            In riferimento a quanto abbiamo detto, possiamo dire che, in particolare, in questo momento si vivono due crisi importanti. Da un lato, la cultura moderna soffre di una vera e propria crisi della lingua, e non ci riferiamo solo all’uso massiccio della lingua nei ‘media’ – il che sarebbe più che eloquente – o anche nell’ambiente popolare. Il problema è ancora più grave perché, anche fra persone con una certa cultura, i termini vengono liberamente svuotati del loro contenuto convenzionale per essere sostituiti da altri di natura arbitraria, prodotti in fondo da una violenta imposizione culturale. È un’imposizione dovuta alla moda? È chiaro che sta diventando ‘di moda’, tuttavia, le ricerche più attente dimostrano che in fondo questa imposizione è arbitraria nel senso più grossolano del termine, e proviene da veri e propri centri di potere, che a partire da un certo momento decidono di imporre alcune nuove categorie. La cosiddetta “teoria del gender” è forse l’esempio più clamoroso degli ultimi anni, non solo perché come teoria in sé non ha alcuna giustificazione scientifica, ma anche perché cerca di rivoluzionare completamente il linguaggio e il significato originale dei termini attraverso di essa. Il termine inglese “gender” è venuto a sostituire quello di “sesso”, ed è stato anche affermato che nasce dalla percezione di sé, o che è culturalmente imposto. Tutto sembra valido, tranne l’ammettere qualche rapporto con la natura o la vera essenza della realtà, degli animali o delle persone.

            Ma questa non è l’unica crisi di cui soffre il linguaggio. A volte si sceglie un altro modo per svuotarne il contenuto, e cioè il ricorso permanente a un linguaggio ambiguo, senza dire o smettere di dire, benché surrettiziamente inclinato verso un certo tipo di opinione o di tendenza, che non si afferma con chiarezza. Questo fenomeno si è verificato frequentemente in filosofia, e ancor più in teologia moderna, pur se in modo non esclusivo, poiché è comune, ad esempio, anche nelle analisi culturali e storiche ai quali siamo oggi abituati. Anche qui, come nel caso del “gender”, è “il linguaggio che crea la realtà. L’eufemismo è la manifestazione più visibile (…) Così, negli anni Settanta, abbiamo cominciato a chiamare l’aborto “interruzione volontaria di gravidanza”, e ultimamente abbiamo imparato a qualificare come “danno collaterale” le morti di civili in guerre in cui vengono effettuati presunti bombardamenti tattici. Sembra che non importi quale sia la realtà, ma quali termini siano usati per riferirvi. Il linguaggio sovvertito fa il resto del lavoro. Non c’è modo di capire il fenomeno della leggenda nera (anti spagnola, in concreto) che dal punto di vista del linguaggio e della manipolazione del linguaggio”.[5]  Questa manipolazione del linguaggio ha però il suo punto debole: “È sempre visibile e scortese, e quindi aiuta a vedere ciò che la manipolazione stessa vuole coprire”.[6] 

            Vediamo spesso che in teologia si impiega un linguaggio volutamente impreciso, allusivo, sfocato, volatile e ondulato. Un linguaggio che formula domande senza risposte, opposizioni dialettiche senza sintesi, e che spesso usa frasi del tipo “sì (…) ma”, dove il “ma” introduce non solo circostanze attenuanti, ma anche eccezioni. È un linguaggio che funziona più per immagini che per concetti e che gode di una problematica interpretazione teologica. Insegnare la dottrina cattolica in modo sicuro, diventa, nel linguaggio di questi falsari, qualcosa come “pietre lanciate dai farisei” contro le anime povere; si afferma – dialetticamente – che la tradizione non è un “museo” (si ringrazia il chiarimento!), che il confessionale non dovrebbe essere una “stanza di tortura” (?). In realtà il confessionale non lo è mai stato, così come la tradizione non è mai stata un museo, né la dottrina è mai stata pietre scagliate. Forse qualcuno l’ha fraintesa e l’ha applicata in questo modo, ma sono soprattutto questi adulteri coloro che così la capiscono.[7] Il linguaggio così impiegato non aiuta la fede di nessuno, naturalmente, e fa sorgere solo dei dubbi, perché procede da opposizioni e contraddizioni; è inquietante perché non è, in fondo, congeniale all’uomo.

  1. Un esempio concreto

Documento Humana Communitas nell'era del Pandemia - Riflessioni inattuali            Per illustrare quanto detto, e in un’atmosfera di grande rispetto, crediamo che possa essere utile l’illustrare con un recente documento curato dalla Pontificia Accademia per la Vita, redatto con occasione dell’attuale pandemia di Covid-19 e della situazione mondiale che si è venuta a creare a questo proposito. Questo documento intende offrire un contributo ai cristiani e ai non cristiani per interpretare la situazione attuale, sotto forma di “note complementari” – secondo quanto viene detto – alla lettera indirizzata alla suddetta Pontificia Accademia dall’attuale Papa Francesco nel 2019.[8]

            Crediamo essere sinceri e non commettere ingiustizia alcuna contra nessuno se affermiamo, secondo i dati dell’esperienza, che da molti anni i documenti della Santa Sede, soprattutto quelli provenienti da commissioni, consigli o accademie, godono di un pubblico molto ristretto, e che sono pochissime persone quelli che li leggono integralmente, e ancor meno coloro che vi prestano attenzione. Sembra che negli ultimi anni questo disinteresse sia aumentato ancora di più, dovuto in gran parte, come molti sottolineano, al linguaggio ivi utilizzato, che paradossalmente pretende di essere fraterno e universale, cercando di raggiungere tutti gli ambienti, credenti di credi diversi e perfino non credenti. È questa pretesa che ha portato, come riconoscono gli autori stessi, a cercare di usare un linguaggio accessibile a tutti. La domanda che ci si deve porre, vista la scarsa accoglienza che ricevono, è proprio se questo obiettivo è stato raggiunto o se c’è qualcosa che non ha funzionato bene, e più che nella lingua, è sul contenuto che si impone questa domanda.

            A questo proposito crediamo che sia molto eloquente la frase che citeremo a continuazione, analizzata e criticata da alcuni saggisti: “Fragili (…) siamo tutti: radicalmente segnati dall’esperienza della finitudine che è al cuore della nostra esistenza; non si trova lì per caso, non ci sfiora con il tocco gentile di una presenza transitoria, non ci lascia vivere indisturbati nella convinzione che tutto andrà secondo i nostri piani. Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati a essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo”.[9]

            Abbiamo dato un’occhiata al documento, cercando di fare uno sforzo per finire la sua lettura. Come certi critici hanno sottolineato, riteniamo che il documento nella sua integrità sia poco brillante, pieno di frase fatte e luoghi comuni; anche ambiguo e un po’ confuso, ma la frase sopra citata sembra vincere la gara. Senza andare oltre: qual è la presenza passeggera a cui allude, visto che non è menzionata per nome? È quella dei ‘Covid’? Neanche il contesto sembra sufficiente per affermarlo con certezza. Più notevole è la menzione che: “affioriamo da una notte dalle origini misteriose”. È un organismo della Santa Sede chi pronuncia un’affermazione simile. In risposta alle obiezioni sollevate, qualche portavoce della Accademia rispondeva che l’obiettivo che si perseguiva era il riuscire ad avere un linguaggio adatto a tutti gli uomini.[10]

            Ci si permetta di fare un po’ di analisi su quest’ultimo: se consideriamo solo i credenti, in particolare quelli dei tre conglomerati religiosi monoteistici più importanti del mondo, essi credono esattamente il contrario: sia già i cristiani di tutte le confessioni – perfino quelle settarie -, sia i musulmani nelle loro molteplici varietà, sia gli ebrei, credono giustamente che l’origine dell’uomo non si identifichi né con una notte né con l’oscurità, ma l’opposto, e la frase citata dice esattamente il contrario di quello che professa la maggioranza dei credenti del mondo.

            Se consideriamo ora i non monoteisti, non sarà facile trovare un grande gruppo religioso che si consideri rappresentato da questa frase. In effetti, perfino gli animisti o scintoisti ritengono che l’uomo possieda un’origine certa. Se pensiamo ai non credenti, qui la gamma è ancora più ampia e molto difficile da omologare. Saremo senz’altro riusciti a trovare delle più diverse opinioni, ed in ogni caso, sicuramente molti che diranno di non accettare l’appellativo di ‘tenebre’ per designare né gli origini da cui veniamo né ciò che ci aspetterà alla fine della nostra vita.

            L’analisi delle frasi del documento potrebbe continuare, ma riteniamo che questo sia sufficiente come campione. Il linguaggio confuso ed equivoco, in questo caso (diciamo equivoco perché non esiste nemmeno forma di sapere a cosa si faccia riferimento quando vi si parla di “origini misteriose”, e di “chiamati ad essere oltre la scelta”), non può essere considerato un valido strumento di dialogo con delle persone che la pensano diversamente da noi, perché per dialogare è necessario stabilire almeno alcuni punti di contatto comuni, e il linguaggio è lo strumento più utile per fornirceli. Ma c’è dell’altro: il linguaggio rappresenta i concetti e questi concetti rappresentano il pensiero. Se in linea di principio, per avvicinarmi o avere empatia con un altro, utilizzo un linguaggio che non rappresenta più ciò che penso, impedisco all’altro di accedere al mio pensiero, e quindi di entrare in un dialogo profondo e fruttuoso con il gruppo o l’idea che mi rappresenta. Il risultato è l’esatto contrario di ciò che si intendeva o pretendeva di intendersi.

            Per quanto detto, ci rendiamo conto che non siamo certamente di fronte a un problema di linguaggio, ma di pensiero e di contenuto. Oggi, in molti ambienti, da cui non sfugge di certo l’ecclesiastico, la manipolazione del linguaggio è solo il mezzo per imporre un nuovo pensiero, una nuova dottrina, sia perché disfa quasi del tutto ciò che si teneva in precedenza come sicuro, sia perché lo insegna o lo predica in modo ambiguo. Come altro esempio, gli stessi soprannomi: “teologia della liberazione”, “teologia dei cittadini”, “teologia africana o asiatica”, sono ambigui e persino fuorvianti, perché il termine “teologia” implica di per sé un oggetto definito, che è Dio e le sue verità (teologia significa “discorso su Dio”). E’ vero che questo oggetto può essere studiato parzialmente, sono le chiamate “rami della teologia” (morale, pastorale, liturgica, biblica, ecc.), ma non possono mai considerarsi come rami che appartengono ad essa le origini diverse degli autori o studenti che vi si dedicano, la loro appartenenza ad una certa città o paese, il provenire dall’Africa o dall’Asia, o la comunicazione di un certo messaggio di liberazione o di vicinanza ai poveri che si presenta perfino opposta alla liberazione e alla povertà predicata da Cristo. Riguardo quest’ultimo, e poiché spesso si presenta come un noto cavallo di battaglia, tutti sappiamo che la preoccupazione per i poveri, considerata giustamente, è cristiana ed evangelica, e quindi legittima. Ma non è adulterando il linguaggio che si realizza, e soprattutto, deve essere praticata senza adulterazioni. Le cattive classificazioni non sono proprie del linguaggio teologico e non vi si adattano, essendo certamente confuse, ambigue e ingannevoli.

  1. A modo di conclusione

            Coloro che usano un linguaggio ambiguo per la teologia, l’esegesi o la predicazione, non cessano di considerarsi rappresentanti, quasi fino all’oscenità, della missione di Gesù e del suo Vangelo. In realtà, hanno “bisogno” di nominarli per conservare un certo registro che li permetta considerarsi ancora cristiani, mentre usano tali nomi dialetticamente contro tutto ciò che vogliono denigrare o attaccare, filtrandoli solo attraverso il setaccio colorato delle loro interpretazioni peregrine. Tuttavia, è difficile trovare qualcosa di più lontano dai consigli di Gesù Cristo che la loro ambiguità, se vogliamo attenerci a ciò che Gesù stesso ha detto: Il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno… (Mt 5,37) Di fronte a tali parole, può essere difficile giustificare una frase come questa: “La logica del bianco e nero può portare all’astrazione casistica. Invece il discernimento è andare avanti nel grigio della vita secondo la volontà di Dio”. Un chiaro esempio di frase ambigua: è vero che la vita è piena di circostanze “grigie”, dove gli aspetti bianchi o più o meno bianchi si mescolano con quelli neri o più o meno neri. Ma il discernimento che il cristiano deve compiere non consiste nell’adottare il grigio in quanto tale, ma piuttosto nel separare con precisione dal grigio ciò che è bianco, per prenderlo, da ciò che è nero, per scartarlo. Se non si chiarisce con attenzione ciò che si intende dire – e di solito abbiamo a che fare con degli specialisti nel non chiarirlo – la frase può essere facilmente fraintesa. Non si può mettere tutta la responsabilità sull’impressione sensibile o sull’impatto che la frase può avere, o su un presunto attrattivo per gli altri, attrattivo che molte volte non è tale. Si deve essere soprattutto chiaro. Questo comporta anche una finissima conseguenza morale, come sottolinea un’antica testimonianza cristiana: “Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte (…) Non sarai precipitoso nel parlare; la lingua infatti è un laccio di morte”.[11]

            La seguente frase di un autore contemporaneo sembra riassumere tutto magnificamente: “Pronunciamo la parola che giudica metafisicamente, con criteri assoluti: la parola che non si basa su costruzioni storiche convenzionali, né su mode passeggere. La parola che riflette l’essere, non la sua interpretazione; la parola che rimane, non che si evolve; la parola che definisce, non che lusinga o confonde (…) Ogni parola non è se non il riflesso della Parola, Dio stesso. Diceva Ernest Hello ha detto così bene: “Affermare è l’atto iniziale della parola. Ogni verbo contiene il verbo essere. Ogni parola ha Dio come sostegno. Colui che è, è il fondamento di ogni discorso” (…)”.[12]

[1] Cfr. Aristotele, Peri Hermeneias (De interpretatione in latino), I, 1-2. L’opera sviluppa la teoria del linguaggio in Aristotele.

[2] Sto. Tommaso di Aquino, Commento al libro di Aristotele: Peri Hermeneias, l. II, 14.

[3] Tommaso di Aquino, Summa Theologiae (S. Th.) IIª-IIae, q.11, a.2, ad2.

[4] Ciò è particolarmente vero in campo teologico, perché la scienza teologica nasce dalla Fede, e la Fede è “delle cose non viste” (“coloro che crederanno senza aver visto”; Gv 20,29), giacché il suo oggetto (Dio e i suoi misteri) non è evidente. Pertanto, tutta la forza dell’atto di Fede si basa nel “assenso” che l’intelligenza deve dare, pretendendo di accettare tali verità. Per non essere fuorviante, questo assenso deve essere chiaro e preciso: non è lo stesso dire che credo in “un dio dell’universo”, o in uno “che dà forma a tutto essendo parte di quel tutto” (grande architetto dell’universo, per esempio), che dire che credo in un “Dio personale e trascendente”. Non è la stessa cosa credere in Gesù solo come profeta (uno dei tanti) che credere in Lui come “figlio di Dio”. In un caso o nell’altro, cambia il valore di sostituzione dato ai termini (Dio, Gesù, ecc.), e quindi cambia il loro significato, allontanandosi in alcuni casi dal deposito della Rivelazione (della verità rivelata), e cessando allora di essere espressioni di teologia cristiana.

[5] Cfr. M. Elvira Roca Berea, Imperiofobia y leyendas negras: Roma, Rusia, Estados Unidos y el imperio español; ed. Siruela, Madrid 2016, p. 473 (edizione e-book).

[6] Ibidem, p. 48.

[7] Si cerca e si tende così di dubitare del confessionale, dei confessori e della confessione stessa. Se fosse stata una stanza di tortura, la confessione sarebbe scomparsa da tempo, e certamente questo non accade nelle comunità dove esiste un’autentica vita cristiana. Se mai un confessore l’ha praticata in questo modo, è un problema di un confessore personale, e non dei confessori, né del confessionale, né della confessione, come questa frase confusa fa capire.

[8] Il documento in questione si chiama L’Humana Communitas nell’era della pandemia: Riflessioni inattuali sulla rinascita della vita, a cura della Pontificia Accademia del 22/7/2020. Il titolo fa riferimento alla lettera di Papa Francesco a questa Accademia: Humana communitas, dal 06/01/2019. Scaricabile sul sito: http://www.academyforlife.va/content/pav/it.html.

[9] Cfr.: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdlife/documents/rc_pont-acd_life_doc_20200722_humanacomunitas-erapandemia_it.html. La frase in questione nel punto 1.1.

[10] Cfr. la critica di Stefano Fontana in: https://lanuovabq.it/it/se-per-il-vaticano-dio-non-esiste e la risposta di Fabrizio Mastrofini, dell’ufficio stampa della Academia in: https://lanuovabq.it/it/covid-e-vaticano-botta-e-risposta-pav-bussola.

[11] Dalla Lettera, detta di Barnaba, c. 19, 1-3. 5-6. [Funk 1, 53-57] (Seconda lettura dell’ufficio di letture del mercoledì della XVIII settimana del tempo ordinario).

[12] Cfr. E. Hello, Palabras de Dios. Reflexiones sobre algunos textos sagrados, Difusión, Buenos Aires, 92. L’intero testo citato è di J. C. Monedero, El lenguaje es discriminatorio: ¿y qué? [traduzione nostra] http://es.catholic.net/temacontrovertido/330/1744/articulo.php?id=47533).

 

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