LA PROFEZIA DELLE “SETTANTA SETTIMANA”

Profeta Daniele in preghiera

Il libro di Daniele è un libro di genere letterario apocalittico, forse l’unico di tutto l’Antico Testamento ad avere questa caratteristica esclusiva. Ad ogni modo, la tradizione ebraica e cristiana l’ha sempre visto e interpretato come un libro di profezia ed a Daniele come un profeta e visionario vivo e reale che esisté durante l’esilio dei giudei a Babilonia e sopravisse alcuni anni.

E’ stata la critica razionalistica protestante a istaurare il luogo comune che il libro di Daniele dovrebbe esssere molto posteriore nel tempo, datandolo per lo più nel secolo II a. C., durante la persecuzione di Antioco IV Epifanes, o forse subito dopo. Quest’articolo, del quale citiamo la fonte (Uccronline.it) e presentiamo il link, mostra come ha grande fondamento la tradizione cristiana che ha visto sempre la chiamata “profezia delle settanta settimane (di anni)” del libro (capitolo 9 del libro) come compiute nel Messia, Cristo Singore, nella sua Passione, e con qualche riferimento alla distruzione di Gerusalemme per mano delle legioni romane.

Presentiamo una buona parte del articolo on-line. L’articolo completo si potrà scaricare in formato PDF alla fine del post.

Fonte: http://www.uccronline.it/2010/11/13/la-profezia-delle-settanta-settimane/

 

La cosiddetta profezia delle “Settanta settimana” è contenuta nell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Daniele e sembra predire esattamente la venuta del Messia.

Secondo Wikipedia (e anche Cathopedia) l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi sarebbe che la redazione definitiva del Libro sia avvenuta in Giudea attorno al 164 a.C., elaborando materiali antichi. E’ una decisione presa durante gli anni di razionalismo e revisionismo storico, dove venne messa in dubbio anche l’autenticità stessa del libro di Daniele. Fu l’Encyclopedia Britannica a sostenere che la data avrebbe dovuto collocarsi tra il 167 e il 164 a.C., rifacendosi alle teorie del III secolo d.C. avanzate dal filosofo anticristiano Porfirio. Molti studiosi oggi ritengono comunque che la data di compilazione sia attorno al 536 a.C. e che il Libro sia stato redatto a Babilonia. Ma questo non interessa molto la nostra trattazione, quello che è importante è che sia certificata la sua presenza prima di Cristo.

La stratificazione di testi diversi si riflette nel fatto che il Libro è scritto in parte in ebraico, aramaico e in parte in greco. I contenuti sono basati sulle parole del profeta Daniele, vissuto durante l’esilio babilonese (a partire dal 605 a.C.). Secondo lo storico Giuseppe Flavio, Daniele fa parte della stirpe regale davidica (Antichità giudaiche, X,X,1). Moltissimi storici concordano sul fatto che Daniele, oltre 500 anni prima (o oltre 100 anni prima a seconda dei punti di vista) profetizzò in modo dettagliato la venuta di Gesù Cristo, la sua Passione, la morte e la distruzione di Gerusalemme, indicando il preciso periodo temporale in cui tutto questo sarebbe dovuto avvenire. Questa è la cosiddetta “profezia delle settanta settimane”. E’ importante sottolineare ancora che il contenuto della profezia venne ultimato, diffuso e conosciuto sicuramente prima del 163 a.C.

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LA PROFEZIA DI DANIELE

Il Libro racconta che nel 538 a.C. Ciro II di Persia (detto anche “il Grande”) conquista il regno babilonese ed emette un editto con il quale consente agli ebrei di fare ritorno in patria e ricostruire il tempio di Gerusalemme. Questo fatto era stato profetizzato dal profeta Geremia (cfr. La profezia del profeta Geremia; Ger 25,11; 29,10). Gruppi di ebrei cominciarono a tornare, e Daniele, facendo parlare Dio, annuncia loro questa profezia.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi. Sappi e intendi bene. Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati e ciò in tempi angosciosi. Dopo sessantadue settimane un unto (che significa Messia, Cristo, nda) sarà soppresso senza colpa in lui. Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore» (Dan 9,24-27)

SI PARLA DI ANNI E NON DI SETTIMANE. Questo genere di profezia è unica nell’Antico Testamento. Non solo Daniele annuncia che sta per finire l’esilio e Israele sta per tornare, ma pare proprio indicare un preciso momento della storia -ovvero fra «Settanta settimane» – quando sarà instaurato il regno del Messia, del Cristo. Osserviamo che si parla di «settimane» e non di «anni», tuttavia tutte le interpretazioni ritengono però che si tratti di settimane di anni, quindi in totale 490 anni (70×7). Questa chiave di lettura coincide con altri passaggi nella Bibbia: in Genesi 29,26-28 si legge: «Rispose Làbano: “Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore. Finisci questa settimana nuziale, poi ti darà anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». E in Levitico 25:8: «Conterai pure sette settimane d’anni: sette volte sette anni; e queste sette settimane d’anni ti faranno un periodo di 49 anni». Inoltre, la frase di Daniele non avrebbero assolutamente senso se assumessimo che, ad esempio, in 7 giorni si possa stringere alleanza con molti e che addirittura in metà settimana, quindi in 3,5 giorni (??), si possano interrompere sacrifici e offerte sacrificali (ricordiamo che la cadenza settimanale di sette giorni era già accertata da dopo l’esilio babilonese, quindi nel 586 a.C., anche se probabilmente l’uso preesisteva da molto tempo. Anche la versione italiana della Bibbia ebraica, edizione del 1967, fa notare: «Qui settimane si devono intendere di anni; settanta settimane di anni» (Gli agiografi, ed. 1967, p. 271).

Profezia delle settanta settimane

       Le settanta settimane (490 anni) vengono quindi divise da Daniele in modo preciso in tre periodi: 7 settimane (ovvero, 49 anni), 62 settimane (434 anni) e 1 settimana (7 anni). Le prime 7 settimane (49 anni) passeranno dal decreto per la ricostruzione di Gerusalemme fino alla fondamentale figura di un consacrato (che nella versione greca di Teodizione viene definito “unto”, nel senso della consacrazione ebraica e “comandante o “leader”). Dopo le 7 settimane, ci vorranno altre sessantadue settimane (434 anni) per ricostruire Gerusalemme e il Tempio. Sarà un periodo di lotta e di prove. Dopo questi 483 anni (49 + 434), verrà il Messia e sarà ucciso ingiustamente. Dopo di ché, in una settimana (cioè 7 anni), un principe straniero distruggerà Gerusalemme e il Tempio, ponendo fine al culto antico. Il termine «inondazione» sottolinea il carattere apocalittico dell’evento.

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COMPIMENTO DELLA PROFEZIA DI DANIELE CON GESU’

Per calcolare precisamente l’anno in cui la profezia si sarebbe dovuta compiere occorre valutare diverse varianti:
1) Identificare il decreto per la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio che il libro di Daniele indica come punto di partenza (“starting point”) delle «Settanta settimane».
2) Stabilire a che tipo di anno si fa riferimento, se quello solare di 365 anni o quello di 360 di cui si parla anche nella Genesi e nell’Apocalisse. Molti studiosi propendono per la seconda, anche se comunque il margine di errore è veramente trascurabile.

SI COMINCIA DA ARTASERSE II (445 a.C.). La profezia di Daniele chiede di partire a contare: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme». Tra tutte le ipotesi possibili, l’unica a rispettare queste richieste è quella che parte dal decreto di Artaserse II del 445 a.C. nel mese pasquale di Nisan, dove, come si legge in Neemia 2:1, a differenza di tutti quelli precedenti (Ciro, Dario I, che poi confermò soltanto l’editto di Ciro, e Artaserse I Longimano) autorizzava effettivamente la ricostruzione di Gerusalemme e delle sue mura. Il decreto di Artaserse II è stato sicuramente emesso nel 445 d.C., il livello di certezza è elevatissimo e deriva da fonti bibliche, non bibliche, da registrazioni astronomiche e dalle tavole cronologiche di Claudio Tolomeo. Anche se si considera l’anno sidereo di 365 il risultato, come dicevamo, differisce di poco.

SETTE SETTIMANE FINO A ESDRA. La profezia di Daniele continua così: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane». Partendo dal 445 a.C. e avanzando di sette settimane, ovvero 49 anni “profetici” (in realtà sono 48 quelli “reali”) fino al 397 a.C. si arriva ad un personaggio chiave per la rinascita di Israele (un «principe consacrato»), sia dal punto di vista civile che religioso. Proprio in quell’anno corrisponde il nulla osta di Artaserse II ad alcuni capi di Israele capeggiati da Esdra, per tornare a Gerusalemme e rifondare lo Stato ebraico. Esdra è un sacerdote e scriba che ricostruì l’identità religiosa e civile di Israele. Ebbe un ruolo molto importante, viene considerato come una delle figure più importanti dell’Antico Testamento e gli ebrei lo considerarono come un secondo Mosè. Humphrey Prideaux ha scritto: «Esdra è stato visto come un altro Mosè, con ragione è stato considerato il secondo fondatore della Chiesa e dello Stato dei Giudei» (J. Prideaux, “Histoire des Juifs”, t. II, cap. V). Esdra dunque corrisponde perfettamente all’identikit richiesto.

69 SETTIMANE FINO ALLA PASSIONE DI GESU’. Dopo queste sette settimane in cui abbiamo trovato Esdra (“principe consacrato”), la profezie continua: «dopo sessantadue settimane un unto sarà soppresso senza colpa in lui». Per capire a chi portasse questo “unto”, R. Anderson e successivamente H.W. Hoehner (e molti altri prima di loro) hanno fatto qualche semplice calcolo adottando l’anno biblico di 360 giorni: moltiplicando le 69 settimane di anni citate dalla profezia (7+62) per una settimana di anni (7 anni) si trova che gli anni effettivi sono 483. Per sapere il numero dei giorni è semplice: 483 moltiplicato per 360 (ovvero i giorni dell’anno biblico) = 173.880 giorni. Questo il numero di giorni effettivo che secondo Daniele devono trascorrere tra l’editto di Artaserse II e la soppressione di un “unto innocente”. Ora, prendendo in considerazione l’anno di morte di Gesù, il 32 d.C. si arriva a questo strabiliante risultato: tenendo conto che l’anno 0 non esiste, considerando che dall’anno x1 a.C. all’anno x2 d.C. sono trascorsi (x1 + x2 -1) anni, dunque 476, e tenendo conto infine che un anno solare dura esattamente 365 gg, 5 h, 48 m, 45,8 s (quindi 365,2421968 giorni), si conclude che dal 445 a.C. al 32 d.C. sono passati esattamente 476 x 365,2421968 = 173.885,2857 giorni. Come si vede è un numero vicinissimo a quello voluto dalla profezia (173.880). Se poi consideriamo l’anno sidereo (o siderale) di 365 gg, 6 h, 9 min, 10 sec (365,2563657 gg), risulta che i giorni trascorsi sono pari a 173.862,0301 giorni (365,2563657 x 476), avvicinandoci dunque ancora di più. Dal 445 a.C. al 32 d.C. passano esattamente 69 settimane di anni con uno scarto inferiore ad un mese, la Passione di Gesù dunque viene centrata perfettamente dalla profezia di Daniele.

GESU’ CORRISPONDE AL PROFILO CHIESTO DA DANIELE. Il profeta utilizza per indicare questa figura la parola ebraica “Mesîah Nagid”, che deriva dalla radice aramaica “mashac” e significa “ungere”. La parola “Nagid”, usata come aggettivo (mentre Messia è il sostantivo), significa propriamente capo, conduttore, guida, duce, principe; letteralmente in ebraico: “quello che sta alla testa”, ma è usato nella sua funzione religiosa, il pastore che è stato designato da Dio per la Sua opera. L’espressione viene comunque tradotta dalla versione Vulgata come “Christum Ducem”, dalla Siriaca come “Cristo-Re”, da Teodozione come “Cristo egoumenou”. Va rilevato che il testo non dice: “fino a un capo, o conduttore, o guida o duce, il quale è stato unto”, ma “fino a (alla venuta di) un Unto”, a un prescelto quale Messia che è al tempo stesso capo, o conduttore, o guida, o duce. Daniele non intende dunque un personaggio qualunque e sconosciuto che per le sue caratteristiche è stato unto, ma specificamente l’Unto di Dio, il Messia, che è altresì capo, conduttore, guida, duce, e che Israele attendeva non solo per sé, ma come guida di tutte le nazioni. L’evidenza è così palese che coloro che vogliono rifiutare la messianicità della profezia identificano questo personaggio con il sommo sacerdote Onia III, e non possono che scrivere -come la “Bibbia di Gerusalemme”– che «lo stile letterario è allusivo e misterioso così fa intendere che il testo ha una portata alta» (La Bibbia di Gerusalemme, EDB 2002, a pag. 1938). Il filologo P. Winandy scrive: «Abbiamo notato che la letteratura qumraniana dà generalmente una prospettiva escatologica ad entrambi i termini “unto” e “capo”. Essi non sono mai applicati a un personaggio storico contemporaneo. Nell’apocalisse di Daniele, facendo parte di questa categoria di letteratura, siamo portati, di conseguenza, a dare a questi due termini una prospettiva messianica» (P. Winandy, “Étude philologique de Daniel” 9:24-27, 1977, p. 279). Insomma, solo il Cristo è l’unico personaggio dell’Antico Testamento ad essere sacerdote e re.

ULTIMA SETTIMANA: DISTRUZIONE DI GERUSALEMME (70 d.C.). La profezia di Daniele si chiude annunciando che dopo la venuta del Messia: «Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore». Nessun altro evento storico, ad oggi, può soddisfare l’avverarsi di questa profezia se non la distruzione del tempio e della città avvenuta per mano dei romani nel 70 d.C. Si tratta dell’epilogo della guerra romano-giudaica del 67-74 d.C. che coincide perfettamente con gli eventi preconizzati da Daniele: dura esattamente 7 anni, ovvero una settimana di anni. Lo storico Giuseppe Flavio racconta nelle sue “Guerre Giudaiche” che il tempio è stato distrutto solo due volte nella storia: dai babilonesi la prima volta e dal futuro imperatore Tito la seconda ed ultima volta. Lo stesso viene confermato dalla Mishnah ebraica. Non c’è dunque nessun’altra interpretazione possibile che combaci con la profezia di Daniele. Il «principe che verrà» coincide con Vespasiano e poi Tito, leader dell’esercito romano, il quale effettivamente strinse «una forte alleanza con molti per una settimana», dove questi «molti» furono i regni circostanti come descritto nel dettaglio da Giuseppe Flavio in “Guerra giudaica”, e proprio costoro furono i più crudeli verso gli ebrei. Il vaticinio continua sostenendo che l’esercito straniero «distruggerà le città e il santuario»: esattamente ciò che fece l’esercito romano. E infine la parte più impressionante: in «metà settimana» distruggerà il Tempio, e la storia dimostra che ci vollero esattamente 3 anni e mezzo per conquistare e distruggere il Tempio: l’attacco di Vespasiano iniziò nei primi mesi del 67 d.C. (al massimo nella primavera di quell’anno) e il Tempio venne incendiato e distrutto dall’esercito romano nell’estate del 70 d.C. (nel giorno dieci del mese di Loos, dunque luglio), ovvero il secondo anno del regno di Vespasiano (Giuseppe Flavio, “Guerra Giudaica”, 6:250 e 6:268-269). La città venne distrutta subito dopo, nell’agosto del 70 d.C.. In totale, come si è detto, l’offensiva durò 7 anni, dal 67, anno dell’inizio dell’attacco di Vespasiano contro gli insorti, al 74 d.C. anno della conquista di Masada. La città e il tempio furono rase al suolo, Israele disperso e avvenne la fine dell’antico sacrificio e dell’antico culto. Sottolineiamo anche che la data del 70 d.C. appare a posteriori significativa perché tutta la profezia di Daniele si basa sul numero 7 e 70. Inoltre il vaticinio di Daniele è pronunciato esattamente al centro tra i precedenti 490 anni (70 settimane) in cui Davide conquista Gerusalemme e Salomone, suo figlio, costruisce il Tempio che verranno subito distrutti e i seguenti 490 anni (70 settimane) che si concluderanno con un’identica distruzione di Gerusalemme e del Tempio, nel 70 d.C. appunto. Riassumendo: un primo ciclo di 70 settimane conclusosi con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, un secondo ciclo di 70 settimane di schiavitù e un terzo ciclo di 70 settimane che culmina con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, dopo la morte del Messia. Facciamo presente che esiste un’altra ipotesi molto convincente, ovvero quella realizzata da Bouges e perfezionata da R.C. Newman: essi interpretano le «settanta settimane» come settanta cicli di sette anni, partendo dal decreto emanato da Artaserse II, che cade nel ciclo sabbatico dal 450 al 444 d.C. si arriva alla morte del Messia nel ciclo sabbatico che va dal 28 al 34 d.C., coincidendo perfettamente con gli anni della morte di Gesù (RC Newman, “Public theology and prophecy data: Factual evidence that counts for the biblical world view” Journal of the Evangelical Theological Society , 46/1 March 2003, 79–110).

L’unica nota che sembra essere fuori posto è quel periodo di 38 anni tra la crocifissione di Gesù e la distruzione di Gerusalemme. In realtà Daniele non dice affatto che gli eventi dopo la morte del Messia debbano verificarsi immediatamente. Anzi, come hanno notato Hoehner e Gundry, Daniele dice che la distruzione di Gerusalemme avverrà “dopo” la 69° e non “durante la 70°” settimana (H. Hoehner, “Chronological Aspects of the Life on Christ”, pag 59-60; R.M. Gundry, “The Church and the Tribulation”, Zandervan 1973, pag. 190). Questo modo insolito di esprimersi porta a dedurre che la 70° non segua immediatamente la 69° settimana, ma che ci sia un intervallo tra le due.

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GESU’ STESSO SI RICONOBBE NELLA PROFEZIA DI DANIELE

Un’osservazione che avvalora questa interpretazione è che Gesù stesso, in prima persona, applicò a se stesso questo vaticinio di Daniele, riformulando e arricchendo di dettagli l’annuncio dell’imminente distruzione del tempio e di Gerusalemme (Mt. 23,38-39; Mt 24,1-2; Mt 24,15-25). Gesù applico a sé anche il nesso che la profezia stabilisce fra l’uccisione del Messia e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (Lc 19,41-44). Non solo, Egli spesso fece esplicito riferimento a profezie antiche sulla distruzione di Gerusalemme che erano per compiersi (Lc 21,22) e citò letteralmente le parole del libro di Daniele (Lc 21,24 e Mt 21,22). Gesù si identificò anche proprio con il «Figlio dell’uomo» di Daniele (Lc 21,27), e nel suo discorso su Gerusalemme, richiamò esplicitamente e direttamente la profezia delle «Settanta settimane» come prossima a realizzarsi con la distruzione e la profanazione del tempio: «Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione -di cui parlò il profeta Daniele- stare nel luogo santo, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti..» (Mt 24,15-16). E’ evidente da queste parole di Gesù, riportate dagli evangelisti, che Egli -e dunque anche i suoi ascoltatori-, non reputava ancora realizzata e conclusa la profezia di Daniele (nemmeno con Antiochio IV e Onia III, come vorrebbero altre ipotesi che vedremo più avanti). Anche i primi cristiani interpretarono in questo modo la profezia, come dimostrano gli apocrifi che crearono come 4 Esdra e 5 Esdra.

Qualcuno suggerisce addirittura che le autorità religiose di allora, che certamente conoscevano benissimo questa profezia essendo diffusa in forma scritta e definitiva dal 164 a.C., abbiano condannato Gesù proprio per questo. Lo si intuisce, ad esempio, in Gv 11,47-48, quando i sommi sacerdoti e i farisei si chiedono cosa fare del Nazareno: «Se lo lasciamo fare -dicono- tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ora, perché mai i Romani avrebbero dovuto distruggere il Tempio e Gerusalemme se Gesù avesse continuato ad operare? Questo ragionamento si spiega solo alla luce della profezia di Daniele, che collega la comparsa del Messia con la distruzione del Tempio e di Israele. Infatti interviene Caifa dicendo: «E’ meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv, 11,53). Da quel giorno decisero di ucciderlo, ma paradossalmente fu proprio questa decisione (presa per evitare una sommossa) a creare nel popolo la disillusione verso la venuta del messia (che per loro doveva essere un eroe nazionale), fomentando l’estremismo politico e quindi la rivolta. Anche lo storico Giuseppe Flavio spiega che a eccitare il popolo verso la rivolta romana nel 66 d.C. fu proprio «un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle Sacre Scritture, secondo cui in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo» (G. Flavio, “Guerra giudaica”, VI 5,4,310-313). Egli parla di “ambigua” profezia perché lui in realtà avrebbe voluto identificare in essa l’imperatore romano Vespasiano, che -assieme a Tito- era diventato il suo benefattore. Ma questo poco importa, quel che conta è che anche lui conferma che la rivolta nacque a causa della profezia di Daniele

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2 commenti

  1. UGO BIHELLER

    Tantissime grazie per l’articolo. Sul Libro di Daniele ho tentato inutilmente di capire le 70 settimane inutilmente. Vorrei sapere se alla luce di questa bellissima interpretazione, il capitolo 7 sulla visione delle fiere, e poi dell’Anziano(Dio) y di una figura umana è quindi una profezia su Cristo.

    • P. Carlos Pereira, IVE

      Riguardo al cap. 7 di Daniele, l’interpretazione della maggioranza degli antichi Padri e interpreti, hanno visto le quattro fiere come quattro regni (questo si dice nel testo) che sarebbero: caldeo, medo-persiano, ellenistico, romano. Questo ha come vantaggio che l’evento che segue dopo (il regno dei santi) sembra corrispondere a Cristo e alla Chiesa, ma ha come svantaggio che gli eventi descritti del quarto regno non sembrano corrispondere agli eventi dei romani (tranne di abbinarlo con l’Apocalisse, al che molto si assomiglia) e riferirlo al futuro, il che sarebbe possibile e conferma il carattere profetico futuro di Daniele.
      Se interpretiamo i quattro regni come: Caldeo, medo, persiano, ellenico, gli eventi descritti sembrano corrispondere a quelli di Antioco IV (re ellenico) e la sua persecuzione – che si racconta in Maccabei -. Avrebbe come svantaggio che allora Daniele sarebbe solo profezia chiusa e non riferita a Cristo Messia, quando quello che viene sulle nuvole di Dan 7,13 è chiaramente applicato da Gesù a se stesso, ad esempio davanti a Caifa (Mc 14,62 e paralleli).
      Personalmente, ogni volta mi convinco di più che Daniele è profezia vera, sia su Cristo nella prima che nella seconda venuta; quindi, parte della sua profezia non è ancora compiuta totalmente. Forse questo servirà come argomento per provare che Gesù è il Messia, valido per tanti ebrei nel futuro, quando queste cose si annovereranno.

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