Ispirazione della Bibbia. Tradizione. Magistero. Il testo della Creazione

Giornate di formazioneConferenza data nelle giornate di formazione per universitari a Tuscania (VT), il 24 agosto 2014. Bibbia Parola di Dio.

–          Perché diciamo che la Bibbia è la Parola di Dio?

Perché impariamo questo al catechismo e quale è il significato di quest’espressione (Parola di Dio) applicata alla Bibbia?

Ovviamente, perché un testo – trasmesso e conosciuto ormai da secoli- venga considerato Parola di Dio, le opzioni non sono ormai tante:

1 – Sia che è sceso dall’alto in modo miracoloso, o che miracolosamente sia stato dettato agli uomini che hanno preso consegna fedele di quello che li veniva rivelato;

2 – Sia che è stato ispirato (soffiato) o suggerito a certi uomini perché abbiano la consapevolezza – sia loro o i suoi successori- di che è Parola di Dio;

3 – Sia che si tratta di un testo autorevole che è goduto di grande reputazione lungo i secoli, in modo che è stato battezzato come ‘parola di Dio’, forse senza veramente esserlo.

1 – La prima è quella concezione islamica (l’ortodossia islamica vi tiene a che il Corano, come tale, sia sceso dall’alto come copia di un esemplare perfetto che resta ancora lassù), o quella della dettazione che ha influito nel passato in certi ambienti protestanti (lo scrittore umano entra in un tipo estasi, perde le sue funzioni naturali, e scrive quasi come in stato di trance). Come si vede, quest’interpretazione, oltre al ricorso ad un fenomeno straordinario, di tipo mistico, presenta il grande inconveniente che non si sono mai avute testimonianze di un fatto simile, né per un testo sacro né per uno profano, essendoci invece ormai parecchie prove del lavoro redazionale fatto da diversi uomini su questi testi, lungo i secoli (la quantità e varianti di manoscritti biblici che abbiamo, con delle piccole differenze di lessico e stile).

3 – La terza non si adatta alla concezione che tutte le confessione cristiane, lungo venti secoli, e tutta la tradizione ebraica lungo molti secoli di più, hanno avuto riguardo i loro testi sacri. Loro li hanno creduti come Parola di Dio in senso proprio e non solo in senso metaforico, perché erano dei testi riguardevoli. Inoltre, se ammettiamo l’esistenza di un Dio trascendente e personale, questo può perfettamente rivelare e comunicare con gli uomini.

2 – Non resta più che la seconda, che è stato il modo in cui, siano già gli ebrei sull’Antico Testamento, sia i cristiani sul Nuovo e l’Antico, hanno capito ed assunti i loro testi sacri. La stessa Bibbia così si presenta:

–  2Tim 3,16: Ogni Scrittura, infatti, è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare nella giustizia.

– 2Pt 1, 20-21: Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.

– Cosa è allora questa ispirazione biblica della quale si parla?

A questo punto, l’ispirazione biblica non può essere nient’altro che un carisma (nel senso di dono, di graziaricevuta, e anche di mozione) concessa a certi uomini affinché mettano per scritto quello che Dio voleva si scrivesse.[1] Essendo così, dunque, l’effetto ottenuto (il testo sacro) ha un autore umano e ha pure un autore divino, essendo quest’ultimo il primo responsabile e la prima causa del farsi del testo.[2] Se non fosse per causa della sua ispirazione, infatti, questo testo non sarebbe stato così scritto. Se l’effetto obbedisce allora ad un vero e reale autore divino (Dio) e se si intende Dio come Essere infallibile e Somma perfezione, questo suo effetto (sua Parola) non può avere dei difetti, non può sbagliare né suscitare sbaglio. Deve per forza essere immune di errore. E’ quello che si chiama l’inerranza biblica. Così si esprimeva il Magistero della Chiesa già alla fine del secolo XIX: «Infatti egli stesso così li stimolò e li mosse a scrivere con la sua virtù soprannaturale, così li assisté mentre scrivevano, di modo che tutte quelle cose e quelle sole che egli voleva, le concepissero rettamente con la mente, e avessero la volontà di scrivere fedelmente e le esprimessero in maniera atta con infallibile verità: diversamente non sarebbe egli stesso l’autore di tutta la sacra Scrittura».[3]

– Se la Bibbia non contiene errori? come si spiegano le apparente divergenze tra i dati biblici? Come si spiegano le contraddizioni che sembrano apparire con le scienze moderne e la storia? E’ questo il grande argomento che viene chiamato: Questione biblica, e che cercheremo di esporre almeno minimamente.

San Tommaso di Aquino, nella sua Somma Teologica, ci presentava già un principio valido per la lettura e interpretazione della Bibbia, ormai preso da Sant’Agostino, il quale sovente è dimenticato. Diceva così: (Somma Teologica I, q.68, a.1) «S. Agostino insegna che in questioni di tal genere si devono osservare due norme:

1 – Prima di tutto bisogna ritenere incrollabilmente la verità della Scrittura.

2 – Poi, se la Scrittura divina si presta a molte spiegazioni (interpretazioni), nessuno si attacchi a una interpretazione con tanta ostinazione che, se risultasse certamente erronea, presuma di affermare che quello era il vero senso della Scrittura. In questo modo si eviterà di dare occasione agli increduli di deridere la Scrittura e di precludere loro la via del credere».

E’ interessante notare come fa lui la distinzione fra la lettera stessa della Scrittura(il testo, qua chiamato Scrittura), la quale è e sarà sempre vera malgrado la capacità di comprenderla o meno, e l’interpretazione (o esposizione) che è il lavoro degli uomini che la espongono e la spiegano. Essendo la Scrittura opera e Parola di Dio, sicuramente sempre avrà un senso ancora più profondo di quello che gli uomini (e perfino la stessa Chiesa) riesce a capire fino ad oggi. Tanti testi che si capiscono potrebbero ancora contenere sensi più profondi e segreti (pensiamo ai salmi, al cantico della Madonna: Il Magnificat) o forse che saranno conosciuti con maggiore precisione in un futuro (pensiamo ai testi dell’Apocalisse, certi passaggi delle lettere di Paolo, il discorso escatologico di Cristo, ecc.). Questo non ci autorizza a dire che i testi non siano ormai veri o non contengono verità.

Riguardo alle interpretazioni, tante di quelle proposte saranno pure vere (anche quelle dai Padri della Chiesa, dalla Tradizione), in certi casi avremo delle interpretazioni tanto evidenti che ormai non ci possano essere altre (è abbastanza chiaro per tutti che la profezia dell’Emanuele in Isaia 7,14 fa riferimento a Gesù, e così l’interpreta pure Matteo 1,23)[4]; bisogna però sapere che in certi casi l’interpretazione che abbiamo potrebbe non essere quella definitiva (ad esempio, sull’Apocalisse si suggeriscono interpretazione storiche del passato, interpretazione liturgiche, ecc., ma il libro stesso dice a parecchie riprese che si tratta di ‘profezia’,[5] il che vuol dire che c’è spazio per un’interpretazione profetica che forse si sarà fatta più chiara in futuro).

In ogni caso, l’interpretazione che viene data non può contraddire un altro testo della Scrittura o le verità che ivi sono rivelate. Ad esempio, se io interpreto i miracoli di Gesù come dei fatti totalmente naturali, vado contra la verità rivelata che Cristo è Dio, che attua con il potere divino, e che vuole provare con i suoi miracoli la verità della sua Rivelazione. Se io nego l’incrocio del Mare Rosso da parte degli ebrei nell’Esodo – come vi fosse un racconto leggendario – vado contro l’interpretazione che vi ha fatto tutta la Tradizione ebraica, quella cristiana, ed inoltre, contro l’uso che la stessa Bibbia fa di questo fatto. San Paolo, ad esempio, parla degli israeliti che incrociarono il mare Rosso di modo miracoloso.[6] Se io nego la verità del miracolo, sto dicendo che pure San Paolo – e la sua parola, che nel Nuovo Testamento è Parola di Dio – è bugiarda e perciò non sarebbe inerrante. Di modo che la Parola di Dio non può sbagliare; se racconta qualcosa con intenzione storica, se presenta degli eventi come reali, questi dovranno essere per forza storici e reali. E’ il lavoro proprio dello studioso, il spiegare – fino a dove può ed in armonia con l’insegnamento della Chiesa- le possibili difficoltà, divergenze o apparenti contraddizioni.

–          Come si distingue tra verità e contenuto del testo sacro, e le forme narrative diverse con le quali viene raccontato, che possono far pensare che sia non vero?

In una lettera al Cardinale di Parigi del 1948, la Pontificia Commissione Biblica (che era l’organo del Magistero della Chiesa che regolava gli studi biblici), si esprimeva in questo modo, in particolare sull’argomento della storia della Creazione del cosmo e dell’uomo, raccontate nei primi undici capitoli del libro della Genesi: «Essi (questi capitoli) riferiscono con un linguaggio semplice e figurato, adatto all’intelligenza di un’umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte dall’economia della salvezza, insieme alla descrizione popolare delle origini del genere umano e del popolo eletto». Allo stesso tempo allertava contro una possibile qualificazione di ‘non storico’ applicata a questi capitoli: «Dichiarare a priori che i racconti in essi contenuti non contengono storia nel senso moderno del termine, lascerebbe facilmente intendere che essi in nessun senso ne contengono»[7], e questo certamente non possiamo affermarlo.

E’ vero che il modo, la forma letteraria esterna – e qualche volta, anche quell’interna, vale a dire, il modo di presentare il pensiero- è diverso di quella classica, o pure di quella moderna; ciò non vuol dire che non sia storico in nessun senso, e non vuol dire che non sia ‘sostanzialmente’ storico. Ecco perché è importante lo studio dei chiamati generi letterari dei testi antichi, pure della Bibbia – studi che la Chiesa ha cercato di promuovere- giacché possono aiutare a capire perché l’autore umano abbia preferito servirsi di certe immagini, invece di altre, e che cosa abbia voluto significare con una determinata immagine o con questo linguaggio. In questo senso, può servire anche il paragone con i testi antichi non biblici e di altre culture simili, ma bisogna avere sempre in mente questa distinzione: Gli scritti profani, benché umani, possono essere falsi, in parte o totalmente; la Bibbia invece, benché Parola di Dio, non può contenere falsità, per più oscuro che un testo possa sembrare ad un primo sguardo.

Un altro principio de interpretazione, è la coerenza della Sacra Scrittura con se stessa (quello che viene chiamato analogia della Fede). Se la Scrittura è tutta intera Parola di Dio, quello che dice un testo non può venire contradetto da ciò che si afferma in un altro; in egual modo, un testo può essere illuminato da un altro alla fine di essere interpretato.

–                      Un esempio concreto: Forse l’esempio più illuminante, e dove possono sollevarsi più dubbi, sia quello del racconto della Creazione, nei primi versetti della Genesi.

–                      In principio Dio creò il cielo e la terra (Gen 1,1): Questa è la prima espressione che troviamo in tutta la Bibbia. Se applichiamo i principi che abbiamo visto in precedenza, dobbiamo dire che l’espressione in quanto tale, deve essere vera nel suo contenuto e nella sua integrità: Non possono essere solo parole, non può essere soltanto una bella espressione senza nessun significato. Principio deve avere un significato reale, deve essere qualcosa; certamente anche Dio lo è, e lo stesso capita per cielo e per terra. Dopo potrà venire la discussione su che cosa e che cose possano significare ognuna di quelle parole. Ad esempio, commentando il prologo del vangelo di Giovanni, che inizia anche con le parole “In principio” (In principio era il Verbo), San Tommaso di Aquino dirà che principio può significare: Il Verbo di Dio stesso, in quanto è un certo principio (Col 1,16: Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui), orbene la Persona del Padre (principio assoluto di tutte le cose), orbene l’inizio del tempo e della durata delle cose.[8]

–  Lo stesso vale per cielo: Cosa significa? Il firmamento, lo spazio siderale? Orbene la gloria di Dio? Qua forse sia utile prendere l’intero capitolo 1 della Genesi, i sei giorni della Creazione. Nel giorno secondo si dice che fu creato il firmamento (la parola ebraica può significare tanto il firmamento atmosferico come lo spazio interstellare); nel quarto giorno furono creati gli astri. Dunque, sembra che il cielo stellare ed il firmamento atmosferico siano stati creati dopo. Questo ha portato a molti padri della Chiesa a pensare che allora il termine cielo, all’inizio del racconto, dovrebbe significare altra cosa: Le creature angeliche, che non sono menzionati altrove nel racconto eppure sì vengono menzionate nel resto della Bibbia, o anche il cielo empireo, come dimora degli angeli e dei beati, come altri passaggi della Bibbia sembrano suggerirlo.[9]

– Anche per il termine terra vale quello che abbiamo spiegato: Se il testo lo presenta come distinto da cielo, per forza dovrà significare un’altra realtà, ed il termine in se stesso suggerisce per forza qualcosa di materiale, ma non è detto che sia soltanto il pianeta terra, almeno non come attualmente lo conosciamo. Di fatto, gli astri, il sole, la luna, vengono creati dopo nel racconto (quarto giorno). Allora, qua può significare la materia ancora caotica e informe, o qualche altra realtà simile. Quello che non possiamo dire è che non possieda un significato o dei significati.

–          Vediamo anche i versetti seguenti (Gen 1,3-4): Dio allora ordinò: «Vi sia luce». E vi fu luce. E Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalla tenebra.

Ci troveremo davanti ad un problema. Il testo dice che gli astri (lampade nel firmamento del cielo) furono creati dopo (v.14) ed in concreto il sole e la luna (v.16). Allora, di quale luce si parla nel v.1? Non siamo noi i primi a scoprire questo problema, neanche è stata la critica razionalista nata nei secoli XVIII o XIX a scoprire questo. I Padri della chiesa antica l’avevano visto perfettamente, e avevano cercato di trovare una risposta, di accordo però al senso della Fede.

Ci sono stati due scuole tradizionali di interpretazione: Una più letterale e una più allegorica. Quella letterale (i padri Antiocheni, da Antioquia in Siria) prendeva appunto il primo significato dei termini, quell’originale. La luce è la qualità che rende visibili le cose; dunque, per luce il testo doveva solo significare qualche qualità visibile, qualche tipo di luminosità esistente prima della formazione delle stelle. Questo non è assolutamente impossibile, neanche per la fisica moderna, ma non è la sola interpretazione.

La scuola più allegorica, seguita da molti padri alessandrini (di Alessandria) e da Sant’Agostino in un secondo momento, pensava invece che luce nel racconto della Creazione, prima della creazione materiale, doveva significare per forza qualche realtà spirituale (qualche attività manifestativa nel campo della conoscenza, perché conoscere è anche vedere, e per vedere è necessaria la luce). St Agostino pensava che l’autore sacro non poteva aver omesso di raccontare la creazione degli spiriti (angeli), e allora questo viene significato per luce. Inoltre, troveremo tantissimi dettagli di quest’interpretazione che sembrano verificarla: Il testo, ad esempio, dice che “vi fu la luce” ma non “vi furono le tenebre”. Le tenebre vengono soltanto ‘separate’ dalla luce, ma non vengono create. Questo sembra coincidere con quello che insegna la teologia cattolica riguardo gli angeli: Gli angeli furono creati in grazia di Dio (luce) ma sottomessi a certa prova, dopo la quale quelli che rifiutarono Dio si cambiarono in tenebre (si ottenebrarono da soli, ma non furono creati in quanto tenebre). Il resto invece, continuò ad essere illuminato sull’opera della creazione, e questo sarebbe il significato dei “sei giorni” del testo sacro: l’illuminazione con la quale Dio istruisce gli angeli sull’opera della Creazione. In questo modo si spiegano molti dettagli del racconto, ad esempio l’espressione: “vi fu sera, vi fu mattina, giorno tale…”, perché l’angelo conosce prima dalla sua natura, che è una conoscenza più imperfetta e più oscura (sera)e subito dopo conosce anche nel Verbo di Dio, grazie alla luce abbagliante della gloria (mattina).

–          Che pensare allora del racconto dei sei giorni: è letterale o allegorico?

Innanzitutto, l’inerranza biblica ci assicura che il testo è vero e non falso. Ha un autore divino, che non può fallire. Ha anche un autore umano, che lascia la sua impronta, con un lessico, un stile, con degli immagini. Ma ha anche un’intenzione, che non può entrare in conflitto con quella dell’autore divino. Allora, anche lui (l’autore umano) capisce il testo come vero. Ma, in che senso lo capisce come vero? Nella Scrittura si usano dalle volte parabole o pure racconti immaginari dove solo interessa l’insegnamento morale, come ad esempio nel chiamato Apologo di Iotam (Gdc 9, 7-20).[10]

Ma è questo il senso del racconto della Genesi nel primo capitolo e anche quello del Paradiso e del peccato originale nei capitoli seguenti? Ha inteso l’autore umano fare un racconto immaginario? Sicuramente no. Perché? Vediamo come presenta l’autore il racconto: In principio creò Dio il cielo e la terra (Gen 1,1); poi usa i seguenti verbi: che sia (vv. 3, 6, 9) e ci fu (vv. 3,7,9), produca (vv. 11,12); Dio fece (vv. 16, 25, 26); Dio creò (vv. 1,27 per ben tre volte). Tutti i verbi che esprimono delle azioni reali. E anche si finisce con una sentenza chiara: Questi sono le origini del cielo e della terra quando furono creati (2,4). Lo stesso vale per il racconto del Paradiso: Dio formò l’uomo (2,7); Dio piantò (v.8); Dio fece spuntare (v.9); prese l’uomo (v.15). Lo stesso con il racconto del peccato, dove Dio domanda: Perché hai fatto questo? (3,13), e anche dopo, assumendo il fatto: Perché hai fatto questo, maledetta sarai fra tutto il bestiame …! (v.14); moltiplicherò grandemente le tue pene …! (v.16); Poiché hai dato ascolto …! (v.17); L’uomo chiamò la sua moglie Eva … (v.20). Tutto viene presentato come reale e storico.

Si compie quello che abbiamo citato nella lettera della PCB del 1944: «Essi (questi capitoli) riferiscono con un linguaggio semplice e figurato, adatto all’intelligenza di un’umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte dall’economia della salvezza, insieme alla descrizione popolare delle origini del genere umano». Il racconto può essere semplice e figurato, ma le verità fondamentali ci sono; il testo è dunque vero.

Ma se si dice figurato, si usano delle immagini o meno? Delle immagini sicuramente ci sono, specialmente quando il contesto sembra richiamarle di modo forte. Ad esempio, in Gen 3,8 si dice che: Udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera. La Scrittura è piena di riferimenti dove insegna che Dio è spirito: Dio è Spirito, dirà Gesù alla Samaritana (Gv 4,24). Se Dio è spirito, vuol dire che non cammina. Allora, forse quell’espressione della Genesi sia un antropomorfismo, un’immagine umana applicata a Dio. Ad ogni modo, si sta affermando che Adamo ed Eva, dopo il peccato, avvertirono la vicinanza (una certa visita) di Dio, solo che questa volta provarono vergogna.

Che pensare dei sei giorni? Con indipendenza di quello che abbiamo già detto, riguardo alle due interpretazioni dai Padri della Chiesa, il Magistero ecclesiastico insegnava già nel lontano 1909, in una dichiarazione della PCB sulla storicità dei primi capitoli della Genesi,[11] che in concreto, che sulla parola yom (giorno) all’interno del racconto della Creazione, c’era libertà di discussione fra gli studiosi (possibili interpretazioni diverse); sia come giorno di 24 ore, sia come periodi più lunghi ed imprecisi di tempo. E la ragione ultima qual’è? La ragione ultima non si fonda in che la scienza attuale dica che l’universo si sia formato in milioni di anni (d’altronde, nessuno sa di preciso in quanti e in definitiva, sono sempre e solo degli ipotesi) ma perché la stessa Bibbia sembra usare la parola giorno, alcune volte, con un altro significato: Un giorno solo davanti al Signore è come mille anni e mille anni come un giorno solo (2Pt 3,8); Mille anni ai tuoi occhi sono come il giorno di ieri ch’è passato, come un turno di veglia nella notte (Sal 90,4).   

Questa dichiarazione del 1909, della Pontificia Commissione Biblica, che al tempo era un organo di definizione del Magistero, in quello che riguardava l’insegnamento ordinario, ci assicurava poi in particolare, riguardo il senso storico dei capitoli nei quali si trattava dei fatti che toccano i fondamenti della religione cristiana: «Tali sono, tra gli altri, la creazione di tutte le cose operata da Dio all’inizio del tempo; la particolare creazione dell’uomo; la formazione della prima donna dal primo uomo; l’unità del genere umano; la felicità originale dei progenitori nello stato di giustizia, integrità e immortalità; l’ordine dato da Dio all’uomo per mettere alla prova la sua obbedienza; la trasgressione dell’ordine divino per istigazione del diavolo sotto l’apparenza di un serpente; la perdita dei progenitori di quel primitivo stato d’innocenza; e la promessa di un Redentore futuro».

Queste sono le cose delle quali certamente non possiamo dubitare sul senso storico del racconto della Creazione, del Paradiso e del peccato. Altri dettagli: come il fatto che il tentatore si sia apparso veramente in forma di serpente o meno, il fatto che si sia trattato letteralmente di un albero ed un frutto nel senso stretto, ed altri dettagli, potrebbero attribuirsi ad un linguaggio figurato e simbolico, quand’anche ci sono autorevoli opinioni dei padri, dottori e teologi della Chiesa che opinano si tratti di vere e proprie realtà e non figure.

–          Riassunto di alcuni concetti generali e fondamentali:

a)      Ispirazione: “Questi libri hanno Dio per autore e come tali sono stati trasmessi alla Chiesa” (Concilio Vat. I, Costituzione dogmatica Dei Filius [24.4.1870], [EB 78] (Dz 3006), ripetuto da Leone XIII, Enc. Providentissimus Deus; Concilio Vat. II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 11).

L’ispirazione è in se stessa una grazia carismatica (dono gratuito) che Dio ha concesso a certi uomini da lui scelti, e che ci assicura che Dio è vero autore dei libri sacri, di tutti loro (quelli ricevuti nel canone sacro) e di tutte le sue parti. L’autore umano è anche un vero autore, che ha lasciato le sue tracce, il suo pensiero, il suo stile. L’assistenza dello Spirito Santo è all’intelligenza, per giudicare secondo Dio, e alla volontà, per voler scrivere, e alle potenze motrici, dando pure la mozione efficace per scrivere.

b)     Inerranza: “Questi libri contengono o trasmettono senza errore la Rivelazione”(Concilio Vat. I, Costituzione dogmatica Dei Filius [24.4.1870], [EB 78] (Dz 3006), ripetuto da Leone XIII, Enc. Providentissimus Deus; Ben XV, Spiritus Paraclitus [1925]; Pio XII, Divino afflante Spiritu [1943]).

c)   Canonicità: E’ un decreto della Chiesa, per il quale la Chiesa determina quali libri sono riconosciuti come sacri e ispirati. La canonicità è allora un criterio per discernere e riconoscere l’ispirazione, la quale rimane sempre una grazia concessa ad un singolo (La Chiesa non conferisce l’ispirazione; solo la riconosce).

Il Concilio di Trento definisce come canonico l’elenco dei 46 libri AT + 27 del NT: “Sono sacri e canonici, nella loro integrità e con tutte le loro parti, come si è solito leggerli nella chiesa cattolica e come si trovano nell’antica edizione della volgata latina …” (Concilio Trento, Decreto sulla Sacra Scrittura [8.4.1546], [EB 58-59] (Dz 1503-1504)).

–          Quale è l’estensione dell’ispirazione (e di sua conseguenza: l’inerranza)?

«Non è assolutamente permesso o restringere l’ispirazione soltanto ad alcune parti della sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia errato» (S.S. Leone XIII, Providentissimus Deus, 1893).

«E’ fuori dei limiti segnati dai Santi Padri (…) l’opinione di alcuni moderni (…); distinguendo nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, essi accettano, sì, il fatto che l’ispirazione si riveli in tutte le proposizioni ed anche in tutte le parole della Bibbia, ma ne restringono e ne limitano gli effetti, a partire dall’immunità dell’errore e dall’assoluta veracità, limitata al solo elemento principale o religioso» (S.S. Benedictus XV, Spiritus Paraclitus, 1926).

–          Sempre si presenta qualcosa come storico nella Bibbia?

La PCB rispondeva ad un quesito di certi esegeti o studiosi della Bibbia, riguardante i libri della sacra Scrittura considerati storici, nella loro totalità o in qualche loro parte, dove si domandavano se talvolta non riferiscano la storia propriamente detta e oggettivamente vera, bensì presentassero solamente l’apparenza della storia per significare qualcosa di differente del senso propriamente letterale o storico delle parole. In altre parole, se quello che la Bibbia presenta come storico lo è solo in apparenza.

La risposta era negativa. Non è solo apparenza di storia ma storia vera, «eccetto il caso, che non si deve ammettere facilmente o con leggerezza (…) e salvo giudizio della Chiesa, si provi con solidi argomenti che l’agiografo non intese riferire una storia vera e propria, ma sotto il genere e la forma di storia, intese proporre una parabola o una allegoria o qualche altro significato diverso dal senso letterale o storico delle parole.[12]

Ci sono stati molti altri scritti nel passato, considerati sacri o almeno religiosi dalla tradizione ebraica e da quella cristiana, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che però non sono stati accettati dalla Tradizione e dal Magistero ecclesiastico come canonici, e allora, non possiamo nemmeno considerarli ispirati. Sono i chiamati libri o vangeli (nel caso del NT) apocrifi.

 

[1] P.P. Benedictus XV, Spiritus Paraclitus (1920), n.9: «Con il dono della sua grazia Dio illumina la mente dello scrittore circa le verità che questi deve trasmettere agli uomini «per ordine divino»; suscita in lui la volontà e lo costringe a scrivere; gli conferisce un’assistenza speciale fino al compimento del libro» http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xv/encyclicals/documents/hf_ben-xv_enc_15091920_spiritus-paraclitus_it.html

[2] Così si esprime anche il Concilio Vaticano II (Costituzione dogmatica Dei Vebum, 11) [18/09/1965]: «Tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa». http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html

[3] P.P. Leone XIII, Providentissimus Deus (1893): http://www.vatican.va/holy_father/leo_xiii/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_18111893_providentissimus-deus_it.html. E anche: «Essendo stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati affidati alla chiesa».

[4] «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi».

[5] Ad esempio in Ap 1, 3, ed in 19, 10; 22, 7; 22, 10; 22, 18; 22, 19.

[6] Eb 11,29: Per fede attraversarono il mar Rosso su terra asciutta, mentre gli Egiziani che tentarono di fare la stessa cosa, furono inghiottiti.

[7] Lettera al Cardinale Suhard di Parigi [16.01.1948] sulle fonti del Pentateuco e sul valore ‘storico’ di Gn 1-11 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_19480116_fonti-pentateuco_it.html

[8] Cfr. Tommaso di Aquino, Commento al vangelo di Giovanni, I, lez I, (ediz. Città nuova, nn. 35-37).

[9] Ne 9,6: Tu hai fatto il cielo, i cieli dei cieli e tutte le loro schiere; 1Re 8,27: I cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere; 2Cr 6,30 (1Re 8,43): Tu ascolta dal cielo, luogo della tua dimora.

[10] Cfr. Gdc 9,8:Un giorno, gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro; e dissero all’ulivo: “Regna tu su di noi”.

[11] Cfr. PCB, Sul carattere storico dei primi tre capitoli della Genesi (30/6/1909). http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_19090630_genesi_it.html

[12] Cfr. http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_19050623_narrationibus_it.html

 

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